I colpi di scena nella storia della strage di piazza
Fontana non sono finiti e, per capire cosa sta per accadere, dobbiamo restare
ancora a Padova.
È mercoledì 2 luglio 1969 ed è mattina tardi: al centralino della Questura giunge nientemeno che la telefonata del procuratore capo Aldo Fais, il magistrato che, nelle due settimane precedenti, aveva firmato le ordinanze di perquisizione nei confronti di Massimiliano Fachini e soci: il giudice Fais deve parlare col commissario Juliano per comunicargli di avere appena firmato un mandato di cattura per Nicolò Pezzato. A Juliano per poco non prende un infarto: dopo aver chiuso la breve telefonata con Fais, il commissario rimane con la cornetta a mezz’aria per un minuto buono, prima di realizzare cosa stesse succedendo.
Pezzato in arresto? Perché?
Trascorso quel minuto di smarrimento, Pasquale Juliano si precipita, in fretta e furia, nell’ufficio del Questore.
Pasquale Juliano (ex questore): «La mattina del 2 luglio 1969, il dottor Fais mi chiamò per dirmi che aveva appena firmato un ordine di arresto per Pezzato. Non capendo quali fossero i presupposti che avessero spinto il Procuratore a voler arrestare Pezzato, corsi dal questore Manganella per notiziarlo della cosa. Dal Questore volevo inoltre il beneplacito per poter comunicare a Fais che Pezzato era un nostro confidente e che, se davvero avesse voluto arrestarlo, avrebbe dovuto farlo prelevare dai Carabinieri. Se l’avessimo fermato noi, in giro si sarebbe subito sparsa la voce che Pezzato era un “infame” e che lo avevamo tratto in custodia per metterlo al sicuro. E si sa: essere un “infame”, in carcere, avrebbe trasformato Pezzato in un vero e proprio bersaglio facendo sì che, presto o tardi, qualcuno lo avrebbe ucciso.»
Ma cos’ha spinto la Procura della Repubblica di Padova a voler arrestare Nicolò Pezzato?
La risposta a questa domanda è molto semplice: Giancarlo Patrese, tenuto in isolamento da due settimane, aveva aggiunto altri particolari in merito al pacchetto con cui la Polizia lo aveva sorpreso fuori dallo stabile di piazza dell’Insurrezione 26 aprile.
Non solo: quando il giudice Fais apprende che Patrese gli vuole parlare, fa convocare Pezzato e li mette a confronto. Ma come già accaduto il 16 giugno in Questura, i due continuano ad accusarsi l’un l’altro senza che le reciproche posizioni cambino di una virgola. Anche davanti a Fais il copione è identico: Patrese chiama in causa Pezzato che, dal canto suo, nega qualunque tipo di addebito. In ogni caso, il procuratore Fais vuole fare chiarezza e capire quale ruolo abbiano avuto i due giovani nel rinvenimento della pistola e dell’esplosivo.
Per verificare le ultime affermazioni di Patrese, la mattina del 2 luglio 1969 il procuratore Fais decide di prendere l’impiegato postale e tornare, insieme a lui, nel condominio dove risiede Massimiliano Fachini. Patrese, nel corso dei colloqui col giudice Fais, aveva modificato le dichiarazioni iniziali rese dopo il fermo del 16 giugno: nel momento in cui Pezzato era tornato nell’androne del palazzo dopo essere sceso dal terzo piano, il confidente del commissario Juliano avrebbe chiesto a Patrese di seguirlo nella zona dei box. Così, una volta giunti dinanzi al garage numero 8, Pezzato sarebbe entrato al suo interno per uscirne, dopo pochi istanti, con in mano il pacchetto contenente la pistola e l’esplosivo.
Quando il giudice Fais arriva nel palazzo in compagnia di Giancarlo Patrese e degli uomini della Polizia Giudiziaria, fa subito chiamare Alberto Muraro per chiedergli dove fosse il box numero 8 e a chi appartenesse. Il carabiniere in pensione risponde che quel garage era di proprietà dei signori Zabeo, che era vuoto e che restava sempre aperto perché i proprietari non lo utilizzavano mai. Mentre il portiere mostra agli inquirenti il box in questione, il procuratore Fais si accorge che Muraro è nervoso: l’uomo continua a guardarsi attorno con circospezione quasi col timore che qualcun altro, oltre agli astanti, potesse ascoltarlo. Ma, soprattutto, non smette un secondo di strapparsi le pellicine che ha sulle dita delle mani.
Il Procuratore si avvicina all’ex carabiniere e gli chiede il motivo di tanto nervosismo. Alberto Muraro, con un filo di voce, risponde a Fais di non essere più sicuro di ciò che aveva visto il 16 giugno, aggiungendo che Giancarlo Patrese avrebbe potuto non essere la sola persona che aveva maneggiato il pacchetto col quale era stato arrestato dalla Polizia.
Il giudice Fais, incredulo, chiede al portinaio di essere più preciso e, per tutta risposta, il signor Muraro dice di non ricordare bene se Patrese, quella sera, fosse da solo oppure in compagnia di qualcun altro. Questo perché, a detta dell’ex carabiniere, oltre all’accesso principale da cui si passava normalmente, ce n’era un altro – secondario e molto meno utilizzato – che da via Borromeo permetteva di salire ai piani superiori attraverso una scala di servizio senza passare dinanzi alla portineria.
Immaginando che l’eventuale complice di Patrese fosse quasi certamente Nicolò Pezzato, il giudice Fais chiede ai suoi uomini di rientrare in Procura per spiccare un mandato di cattura nei confronti del confidente del commissario Juliano.
Nel tardo pomeriggio del 2 luglio, Nicolò Pezzato si ritrova in Procura, faccia a faccia con gli inquirenti: il giudice Fais vuole accertare la verità riguardo la provenienza del pacchetto ritrovato nelle mani di Giancarlo Patrese e chiarire, una volta per tutte, come siano andate realmente le cose.
Il confidente del commissario Juliano non si fa pregare e inizia a parlare a ruota libera, com’era solito fare da quando aveva iniziato a collaborare con la Polizia. Per prima cosa dice che Patrese, il 16 giugno, gli avrebbe rivelato che avrebbe dovuto prendere una bomba per un attentato da compiersi in piazza Mazzini, dove si trovava la sede della Democrazia Cristiana. Ma Pezzato, avendo ricevuto da Fachini l’esplicito ordine di non fare nulla perché non era ancora arrivato il momento giusto, aveva chiesto a Patrese di desistere e di cambiare idea.
Fais si rende conto che la storia che il giovane sta raccontando è ben diversa da tutto ciò che Pezzato aveva reso fino a quel momento e lo invita a spiegarsi meglio. Così l’uomo racconta che Giancarlo Patrese aveva in mente di fare un attentato ma che gli mancava il materiale per poterlo realizzare. Pezzato lo convince a fare l’attentato insieme a lui proprio la sera del 16 giugno ed ecco spiegato il motivo per cui, quella sera, si recano da Fachini: recuperare, dalla soffitta del consigliere del FUAN, l’esplosivo necessario al compimento dell’attentato ed una pistola che sarebbe tornata utile per difendersi nel caso in cui le cose si fossero messe male.
Nel corso dell’interrogatorio Pezzato va oltre: racconta di come Patrese sia l’autore materiale, insieme ai fratelli Tonin, dell’attentato al quotidiano Il Gazzettino, di come Giuseppe Brancato si sia occupato dell’attentato alla sede dell’MSI e di come Fachini, Obriedan, insieme a Bocchini Padiglione, abbiano pensato all’attentato al PSIUP. Sempre gli ultimi tre, con l’aggiunta di Brancato e di altre tre persone di cui Pezzato non conosceva il nome, avevano portato avanti gli attentati al rettorato dell’università di Padova e all’onorevole Franchi a Vicenza.
Le affermazioni di Pezzato portano ai nuovi mandati di arresto che vengono firmati il 5 luglio ed eseguiti tre giorni dopo: in manette finiscono Massimiliano Fachini, Gustavo Bocchini Padiglione, Giuseppe Brancato e Sergio Tonin. La quinta persona destinataria del provvedimento di custodia cautelare – Giancarlo Tonin – riesce a fuggire e a sottrarsi all’arresto.
Ma il 6 luglio accade qualcosa.
Francesco Tommasoni – l’altro confidente del commissario Juliano – va dai Carabinieri e racconta loro degli attentati orchestrati nei mesi precedenti nel capoluogo padovano: fa i nomi di Fachini, Brancato, Petraroli e, con riserva perché non ne è sicuro al cento per cento, quello di Bocchini Padiglione. Ed aggiunge che Nicolò Pezzato aveva sempre saputo tutto ma che, per paura delle minacce ricevute da Giuseppe Brancato, aveva preferito tacere.
La sera del 9 luglio, i quattro arrestati vengono messi nella stessa cella insieme a Nicolò Pezzato: Massimiliano Fachini, nel corso di interrogatori successivi, racconterà che quella sera una guardia carceraria gli aveva comunicato che lui e gli altri avrebbero condiviso la cella con Pezzato. Non solo: lo aveva anche invitato a convincere Pezzato che era tempo che raccontasse tutta la verità perché le dichiarazioni del confidente non avevano convinto il giudice Fais. E Pezzato, prima ancora che Fachini e soci provassero a convincerlo in qualche maniera, di sua iniziativa racconta tutto al consigliere del FUAN.
Ma è la mattina del 10 luglio 1969 che accade l’ennesimo colpo di scena della nostra storia: Nicolò Pezzato chiede di poter parlare col giudice istruttore Francesco Ruberto perché ha ulteriori ammissioni da fare.
Pasquale Juliano (ex questore): «Il 10 luglio 1969 si compì il mio destino. Nicolò Pezzato dichiarò, in sede d’interrogatorio dinanzi al giudice istruttore Francesco Ruberto, che fui io a consegnare a lui e a Patrese quel pacchetto con, al suo interno, la pistola e l’esplosivo. Pezzato raccontò che, dopo la sua richiesta di collaborare con la Polizia insieme al suo amico Francesco Tommasoni, gli incontri tra di noi erano divenuti quotidiani. Durante questi incontri, io avrei fornito loro i nominativi delle persone che i due confidenti avrebbero dovuto convincere a confessare poiché sospettate degli attentati dinamitardi di quella prima metà del 1969. Tra gli altri, Pezzato fece il nome di Giancarlo Patrese il quale, ritenuto il più ‘fesso’ del gruppo, sarebbe stato quello più facile da incastrare. Ma siccome Patrese non aveva materialmente partecipato ad alcun attentato, Pezzato mi aveva consigliato di incastrarlo consegnandogli un pacchetto contenente una finta bomba, la quale avrebbe fatto invalidare il suo arresto. D’altronde chi metterebbe in galera uno che ha con sé una bomba giocattolo?! Certamente nessuno, ma l’idea di Pezzato avrebbe permesso a noi di mettere in un angolo Patrese per farlo diventare nostro confidente. Però io, ossessionato com’ero a voler catturare a tutti i costi Massimiliano Fachini, avrei deciso che Patrese avrebbe dovuto essere sorpreso con del vero esplosivo e una vera pistola.»
Nicolò Pezzato conferma al giudice Ruberto che la pistola semiautomatica Beretta calibro 9 millimetri avente matricola numero 792056 e facente parte delle armi sequestrate a Renato Nalli, gli era stata consegnata dal dottor Pasquale Juliano. Di più: è sempre Juliano che chiede esplicitamente a Pezzato di pensare a procurarsi la bomba, magari con l’aiuto di Tommasoni che, a quanto pareva, era in grado di fabbricare ordigni esplosivi. E quando Pezzato obietta al commissario che Patrese sarebbe certamente finito in galera, Juliano risponde che, se Patrese avesse subito fatto i nomi di Fachini e degli altri attentatori, Juliano stesso lo avrebbe rilasciato senza fare alcuna menzione alla bomba e facendogliela passare liscia.
Pasquale Juliano (ex questore): «Le dichiarazioni di
Pezzato non fecero che aggravare la mia posizione: disse che la pistola che io
gli avrei consegnato faceva parte di un lotto di tre che era stato rinvenuto a
casa di Renato Nalli. Ma lì, quando effettuammo la perquisizione, non trovammo
nulla, esattamente com’era accaduto per la scuola di Thiene. Ma a chi sarebbe
importato un dettaglio come questo?! A nessuno certamente e, men che meno, al
procuratore Fais. Pezzato, ad ogni domanda postagli dal dottor Ruberto, rincarò
la dose. Disse che il 16 luglio, dopo essere andato con Patrese nella soffitta
di Fachini, io lo raggiunsi a casa, a notte inoltrata. Ed era vero perché, dopo
che i commissari Salomone e Molino avevano interrogato Patrese, questi fece il
nome di Pezzato come suo complice. Ma Pezzato mentì e raccontò che, quando io e
il maresciallo Noventa ci recammo presso la sua abitazione per prelevarlo e
portarlo in Questura, lo avvertii che Patrese aveva ammesso di essere insieme a
lui nel momento in cui lo avevamo sorpreso in piazza dell’insurrezione 26
aprile. Proprio per questo motivo, avrei quindi fornito un alibi a Pezzato raccomandandomi
affinché lui e Patrese dicessero che quel pomeriggio, dopo essere stati alla
sede dell’MSI e all’ufficio dell’avvocato Luci, si erano separati verso le
19:00. Pezzato, più o meno alle 19:30, era così tornato a casa dove lo
attendevano, per cena, sua moglie, i suoi amici Francesco Tommasoni, Giuliano
Comunian e le rispettive fidanzate. Naturalmente Pezzato, in mia vece, doveva coordinarsi
con gli altri cinque affinché fornissero la medesima testimonianza in caso di
interrogatorio.»
Dopo aver ascoltato il racconto di Nicolò Pezzato, al giudice Ruberto non resta che liberare tutti gli arrestati – Fachini, Brancato, Bocchini Padiglione e uno dei fratelli Tonin – e mandare a prendere Tommasoni e Comunian i quali, di lì a poche ore, confermano il racconto di Pezzato e le accuse nei confronti del povero commissario Juliano che, in men che non si dica, si trova nell’ufficio del questore Manganella.
Pasquale Juliano (ex questore): «Il Questore era furioso ed io ero rigido come una statua di sale. Il dottor Manganella mi chiese cosa stesse succedendo ed io non seppi cosa rispondergli se non che avevo svolto le indagini nella maniera più limpida e onesta che potessi, seguendo le procedure e le regole che il rispetto della giustizia mi imponeva di rispettare. Il Questore, per tutta risposta, mi disse che se gli avessi detto tutta la verità avrebbe potuto aiutarmi in qualche modo – a volte poteva capitare che un poliziotto potesse farsi prendere la mano ed adottare metodi ‘poco ortodossi’ – ma che, se avessi continuato a negare o nascondergli ciò che lui pensava potesse essere davvero accaduto, mi avrebbe lasciato al mio destino. Ma quali colpe avevo io, se non quella di aver creduto a quei due imbecilli di Pezzato e Tommasoni senza minimamente capire che mi avrebbero incastrato!?»
Congedandosi dal Questore, il commissario Juliano apprende di essere stato messo in licenza sino a data da destinarsi.
Ma non è ancora finita perché, a rincarare la dose, ci pensa nientemeno che Massimiliano Fachini.
Pasquale Juliano (ex questore): «Quando Fachini venne nuovamente interrogato, disse che, in una delle soffitte attigue alla sua, avremmo trovato del materiale ‘molto interessante’. E quando fu effettuata la perquisizione, furono trovati una pistola Beretta calibro 9 millimetri Luger, tre petardi completi di miccia ed una ventina di proiettili calibro 9x21 millimetri. Il tutto era stato riposto in un pacchetto simile a quello ritrovato nelle mani di Patrese il 16 giugno ed anch’esso avvolto dentro un manifesto programmatico del FUAN. Fachini confermò di aver ricevuto quest’informazione da Giuseppe Brancato il quale, a sua volta, l’aveva avuta da Pezzato.»
Pezzato, a colloquio col giudice istruttore Ruberto, conferma la versione di Fachini: su ordine del commissario Pasquale Juliano, aveva nascosto le armi nella soffitta attigua a quella del consigliere del FUAN il 15 giugno, ovvero il giorno precedente l’arresto di Giancarlo Patrese. Ma nonostante avesse sbagliato posto poiché le aveva nascoste in una soffitta diversa sia da quella a cui si riferisce Fachini, sia a quella menzionata da Alberto Muraro nelle sue dichiarazioni messe a verbale, Pezzato continua ad accusare il commissario Juliano asserendo che, quelle armi, gliele aveva fornite il funzionario di Polizia per incastrare Massimiliano Fachini. E, riguardo la provenienza delle armi, per non cadere in contraddizione una seconda volta, Pezzato racconta che pistola, munizioni e petardi provenivano dal sud Italia e non dalla casa di Renato Nalli, dove effettivamente non era stato trovato nulla di illegale. Due mesi dopo, ad agosto, Pezzato aumenterà il carico di accuse nei confronti del Capo della Squadra Mobile dicendo che Juliano, sempre per cogliere in fallo Fachini, alcuni giorni prima dell’arresto di Patrese gli aveva consegnato le armi che Renato Nalli deteneva legalmente e che la Polizia gli aveva comunque sequestrato in via cautelativa. Secondo la tesi accusatoria di Nicolò Pezzato, il commissario Juliano gli aveva chiesto di nascondere pure queste armi in un luogo di cui Fachini fosse a conoscenza per poi attribuirne, con una perquisizione, il possesso al consigliere del FUAN e trarlo così in arresto.
Oltre alle accuse dei neofascisti, in quell’estate “di fuoco”, a Padova, inizia a circolare un piccolo libretto con la copertina rossa che si intitolava: La giustizia è come il timone: dove lo si gira va. Il titolo di tale libretto riprende una frase del filosofo cinese del V secolo a.C. Lao-Tze e al suo interno, oltre alle idee programmatiche che avevano ispirato gli attentati del biennio 1968/1969 avvenuti nella città di S. Antonio e dintorni, c’era un esplicito attacco alla Procura della Repubblica ed alla Polizia: ecco che il giudice Fais diventa il “dottor Faistakis” mentre il commissario Juliano diventa il “commissario Julianopolis”. Ed entrambi, anziché orientarsi verso gli ambienti di sinistra che erano i veri autori di tutti quegli attentati, si ostinavano a prendersela contro i poveri neofascisti del tutto estranei a quei fatti.
In realtà – lo scopriremo più avanti nel corso della nostra storia – il libretto rosso verrà pubblicato da Franco Freda e dal suo sodale Giovanni Ventura, due personaggi il cui ruolo si rivelerà di fondamentale importanza nella strage di piazza Fontana.
Ma torniamo al commissario Juliano che avevamo lasciato in licenza forzata: il 24 luglio, con sopra apposta la firma del ministro dell’Interno Francesco Restivo, alla Questura di Padova giunge l’ordinanza che sospende Pasquale Juliano sia dall’incarico che dallo stipendio. Il funzionario di Polizia, valutando attentamente l’atmosfera che si sta delineando intorno a lui e per timore possa accadere qualcosa di brutto a sua moglie ed ai suoi figli, decide di lasciare Padova e di riparare a Ruvo di Puglia, il paesino in provincia di Bari dove risiedono i suoceri.
Per ora la storia del commissario Juliano termina qui: lo ritroveremo più avanti perché, come vedremo, l’onesto funzionario di Polizia avrà ancora a che fare con la storia della strage di piazza Fontana.
È mercoledì 2 luglio 1969 ed è mattina tardi: al centralino della Questura giunge nientemeno che la telefonata del procuratore capo Aldo Fais, il magistrato che, nelle due settimane precedenti, aveva firmato le ordinanze di perquisizione nei confronti di Massimiliano Fachini e soci: il giudice Fais deve parlare col commissario Juliano per comunicargli di avere appena firmato un mandato di cattura per Nicolò Pezzato. A Juliano per poco non prende un infarto: dopo aver chiuso la breve telefonata con Fais, il commissario rimane con la cornetta a mezz’aria per un minuto buono, prima di realizzare cosa stesse succedendo.
Pezzato in arresto? Perché?
Trascorso quel minuto di smarrimento, Pasquale Juliano si precipita, in fretta e furia, nell’ufficio del Questore.
Pasquale Juliano (ex questore): «La mattina del 2 luglio 1969, il dottor Fais mi chiamò per dirmi che aveva appena firmato un ordine di arresto per Pezzato. Non capendo quali fossero i presupposti che avessero spinto il Procuratore a voler arrestare Pezzato, corsi dal questore Manganella per notiziarlo della cosa. Dal Questore volevo inoltre il beneplacito per poter comunicare a Fais che Pezzato era un nostro confidente e che, se davvero avesse voluto arrestarlo, avrebbe dovuto farlo prelevare dai Carabinieri. Se l’avessimo fermato noi, in giro si sarebbe subito sparsa la voce che Pezzato era un “infame” e che lo avevamo tratto in custodia per metterlo al sicuro. E si sa: essere un “infame”, in carcere, avrebbe trasformato Pezzato in un vero e proprio bersaglio facendo sì che, presto o tardi, qualcuno lo avrebbe ucciso.»
Ma cos’ha spinto la Procura della Repubblica di Padova a voler arrestare Nicolò Pezzato?
La risposta a questa domanda è molto semplice: Giancarlo Patrese, tenuto in isolamento da due settimane, aveva aggiunto altri particolari in merito al pacchetto con cui la Polizia lo aveva sorpreso fuori dallo stabile di piazza dell’Insurrezione 26 aprile.
Non solo: quando il giudice Fais apprende che Patrese gli vuole parlare, fa convocare Pezzato e li mette a confronto. Ma come già accaduto il 16 giugno in Questura, i due continuano ad accusarsi l’un l’altro senza che le reciproche posizioni cambino di una virgola. Anche davanti a Fais il copione è identico: Patrese chiama in causa Pezzato che, dal canto suo, nega qualunque tipo di addebito. In ogni caso, il procuratore Fais vuole fare chiarezza e capire quale ruolo abbiano avuto i due giovani nel rinvenimento della pistola e dell’esplosivo.
Per verificare le ultime affermazioni di Patrese, la mattina del 2 luglio 1969 il procuratore Fais decide di prendere l’impiegato postale e tornare, insieme a lui, nel condominio dove risiede Massimiliano Fachini. Patrese, nel corso dei colloqui col giudice Fais, aveva modificato le dichiarazioni iniziali rese dopo il fermo del 16 giugno: nel momento in cui Pezzato era tornato nell’androne del palazzo dopo essere sceso dal terzo piano, il confidente del commissario Juliano avrebbe chiesto a Patrese di seguirlo nella zona dei box. Così, una volta giunti dinanzi al garage numero 8, Pezzato sarebbe entrato al suo interno per uscirne, dopo pochi istanti, con in mano il pacchetto contenente la pistola e l’esplosivo.
Quando il giudice Fais arriva nel palazzo in compagnia di Giancarlo Patrese e degli uomini della Polizia Giudiziaria, fa subito chiamare Alberto Muraro per chiedergli dove fosse il box numero 8 e a chi appartenesse. Il carabiniere in pensione risponde che quel garage era di proprietà dei signori Zabeo, che era vuoto e che restava sempre aperto perché i proprietari non lo utilizzavano mai. Mentre il portiere mostra agli inquirenti il box in questione, il procuratore Fais si accorge che Muraro è nervoso: l’uomo continua a guardarsi attorno con circospezione quasi col timore che qualcun altro, oltre agli astanti, potesse ascoltarlo. Ma, soprattutto, non smette un secondo di strapparsi le pellicine che ha sulle dita delle mani.
Il Procuratore si avvicina all’ex carabiniere e gli chiede il motivo di tanto nervosismo. Alberto Muraro, con un filo di voce, risponde a Fais di non essere più sicuro di ciò che aveva visto il 16 giugno, aggiungendo che Giancarlo Patrese avrebbe potuto non essere la sola persona che aveva maneggiato il pacchetto col quale era stato arrestato dalla Polizia.
Il giudice Fais, incredulo, chiede al portinaio di essere più preciso e, per tutta risposta, il signor Muraro dice di non ricordare bene se Patrese, quella sera, fosse da solo oppure in compagnia di qualcun altro. Questo perché, a detta dell’ex carabiniere, oltre all’accesso principale da cui si passava normalmente, ce n’era un altro – secondario e molto meno utilizzato – che da via Borromeo permetteva di salire ai piani superiori attraverso una scala di servizio senza passare dinanzi alla portineria.
Immaginando che l’eventuale complice di Patrese fosse quasi certamente Nicolò Pezzato, il giudice Fais chiede ai suoi uomini di rientrare in Procura per spiccare un mandato di cattura nei confronti del confidente del commissario Juliano.
Nel tardo pomeriggio del 2 luglio, Nicolò Pezzato si ritrova in Procura, faccia a faccia con gli inquirenti: il giudice Fais vuole accertare la verità riguardo la provenienza del pacchetto ritrovato nelle mani di Giancarlo Patrese e chiarire, una volta per tutte, come siano andate realmente le cose.
Il confidente del commissario Juliano non si fa pregare e inizia a parlare a ruota libera, com’era solito fare da quando aveva iniziato a collaborare con la Polizia. Per prima cosa dice che Patrese, il 16 giugno, gli avrebbe rivelato che avrebbe dovuto prendere una bomba per un attentato da compiersi in piazza Mazzini, dove si trovava la sede della Democrazia Cristiana. Ma Pezzato, avendo ricevuto da Fachini l’esplicito ordine di non fare nulla perché non era ancora arrivato il momento giusto, aveva chiesto a Patrese di desistere e di cambiare idea.
Fais si rende conto che la storia che il giovane sta raccontando è ben diversa da tutto ciò che Pezzato aveva reso fino a quel momento e lo invita a spiegarsi meglio. Così l’uomo racconta che Giancarlo Patrese aveva in mente di fare un attentato ma che gli mancava il materiale per poterlo realizzare. Pezzato lo convince a fare l’attentato insieme a lui proprio la sera del 16 giugno ed ecco spiegato il motivo per cui, quella sera, si recano da Fachini: recuperare, dalla soffitta del consigliere del FUAN, l’esplosivo necessario al compimento dell’attentato ed una pistola che sarebbe tornata utile per difendersi nel caso in cui le cose si fossero messe male.
Nel corso dell’interrogatorio Pezzato va oltre: racconta di come Patrese sia l’autore materiale, insieme ai fratelli Tonin, dell’attentato al quotidiano Il Gazzettino, di come Giuseppe Brancato si sia occupato dell’attentato alla sede dell’MSI e di come Fachini, Obriedan, insieme a Bocchini Padiglione, abbiano pensato all’attentato al PSIUP. Sempre gli ultimi tre, con l’aggiunta di Brancato e di altre tre persone di cui Pezzato non conosceva il nome, avevano portato avanti gli attentati al rettorato dell’università di Padova e all’onorevole Franchi a Vicenza.
Le affermazioni di Pezzato portano ai nuovi mandati di arresto che vengono firmati il 5 luglio ed eseguiti tre giorni dopo: in manette finiscono Massimiliano Fachini, Gustavo Bocchini Padiglione, Giuseppe Brancato e Sergio Tonin. La quinta persona destinataria del provvedimento di custodia cautelare – Giancarlo Tonin – riesce a fuggire e a sottrarsi all’arresto.
Ma il 6 luglio accade qualcosa.
Francesco Tommasoni – l’altro confidente del commissario Juliano – va dai Carabinieri e racconta loro degli attentati orchestrati nei mesi precedenti nel capoluogo padovano: fa i nomi di Fachini, Brancato, Petraroli e, con riserva perché non ne è sicuro al cento per cento, quello di Bocchini Padiglione. Ed aggiunge che Nicolò Pezzato aveva sempre saputo tutto ma che, per paura delle minacce ricevute da Giuseppe Brancato, aveva preferito tacere.
La sera del 9 luglio, i quattro arrestati vengono messi nella stessa cella insieme a Nicolò Pezzato: Massimiliano Fachini, nel corso di interrogatori successivi, racconterà che quella sera una guardia carceraria gli aveva comunicato che lui e gli altri avrebbero condiviso la cella con Pezzato. Non solo: lo aveva anche invitato a convincere Pezzato che era tempo che raccontasse tutta la verità perché le dichiarazioni del confidente non avevano convinto il giudice Fais. E Pezzato, prima ancora che Fachini e soci provassero a convincerlo in qualche maniera, di sua iniziativa racconta tutto al consigliere del FUAN.
Ma è la mattina del 10 luglio 1969 che accade l’ennesimo colpo di scena della nostra storia: Nicolò Pezzato chiede di poter parlare col giudice istruttore Francesco Ruberto perché ha ulteriori ammissioni da fare.
Pasquale Juliano (ex questore): «Il 10 luglio 1969 si compì il mio destino. Nicolò Pezzato dichiarò, in sede d’interrogatorio dinanzi al giudice istruttore Francesco Ruberto, che fui io a consegnare a lui e a Patrese quel pacchetto con, al suo interno, la pistola e l’esplosivo. Pezzato raccontò che, dopo la sua richiesta di collaborare con la Polizia insieme al suo amico Francesco Tommasoni, gli incontri tra di noi erano divenuti quotidiani. Durante questi incontri, io avrei fornito loro i nominativi delle persone che i due confidenti avrebbero dovuto convincere a confessare poiché sospettate degli attentati dinamitardi di quella prima metà del 1969. Tra gli altri, Pezzato fece il nome di Giancarlo Patrese il quale, ritenuto il più ‘fesso’ del gruppo, sarebbe stato quello più facile da incastrare. Ma siccome Patrese non aveva materialmente partecipato ad alcun attentato, Pezzato mi aveva consigliato di incastrarlo consegnandogli un pacchetto contenente una finta bomba, la quale avrebbe fatto invalidare il suo arresto. D’altronde chi metterebbe in galera uno che ha con sé una bomba giocattolo?! Certamente nessuno, ma l’idea di Pezzato avrebbe permesso a noi di mettere in un angolo Patrese per farlo diventare nostro confidente. Però io, ossessionato com’ero a voler catturare a tutti i costi Massimiliano Fachini, avrei deciso che Patrese avrebbe dovuto essere sorpreso con del vero esplosivo e una vera pistola.»
Nicolò Pezzato conferma al giudice Ruberto che la pistola semiautomatica Beretta calibro 9 millimetri avente matricola numero 792056 e facente parte delle armi sequestrate a Renato Nalli, gli era stata consegnata dal dottor Pasquale Juliano. Di più: è sempre Juliano che chiede esplicitamente a Pezzato di pensare a procurarsi la bomba, magari con l’aiuto di Tommasoni che, a quanto pareva, era in grado di fabbricare ordigni esplosivi. E quando Pezzato obietta al commissario che Patrese sarebbe certamente finito in galera, Juliano risponde che, se Patrese avesse subito fatto i nomi di Fachini e degli altri attentatori, Juliano stesso lo avrebbe rilasciato senza fare alcuna menzione alla bomba e facendogliela passare liscia.
Dopo aver ascoltato il racconto di Nicolò Pezzato, al giudice Ruberto non resta che liberare tutti gli arrestati – Fachini, Brancato, Bocchini Padiglione e uno dei fratelli Tonin – e mandare a prendere Tommasoni e Comunian i quali, di lì a poche ore, confermano il racconto di Pezzato e le accuse nei confronti del povero commissario Juliano che, in men che non si dica, si trova nell’ufficio del questore Manganella.
Pasquale Juliano (ex questore): «Il Questore era furioso ed io ero rigido come una statua di sale. Il dottor Manganella mi chiese cosa stesse succedendo ed io non seppi cosa rispondergli se non che avevo svolto le indagini nella maniera più limpida e onesta che potessi, seguendo le procedure e le regole che il rispetto della giustizia mi imponeva di rispettare. Il Questore, per tutta risposta, mi disse che se gli avessi detto tutta la verità avrebbe potuto aiutarmi in qualche modo – a volte poteva capitare che un poliziotto potesse farsi prendere la mano ed adottare metodi ‘poco ortodossi’ – ma che, se avessi continuato a negare o nascondergli ciò che lui pensava potesse essere davvero accaduto, mi avrebbe lasciato al mio destino. Ma quali colpe avevo io, se non quella di aver creduto a quei due imbecilli di Pezzato e Tommasoni senza minimamente capire che mi avrebbero incastrato!?»
Congedandosi dal Questore, il commissario Juliano apprende di essere stato messo in licenza sino a data da destinarsi.
Ma non è ancora finita perché, a rincarare la dose, ci pensa nientemeno che Massimiliano Fachini.
Pasquale Juliano (ex questore): «Quando Fachini venne nuovamente interrogato, disse che, in una delle soffitte attigue alla sua, avremmo trovato del materiale ‘molto interessante’. E quando fu effettuata la perquisizione, furono trovati una pistola Beretta calibro 9 millimetri Luger, tre petardi completi di miccia ed una ventina di proiettili calibro 9x21 millimetri. Il tutto era stato riposto in un pacchetto simile a quello ritrovato nelle mani di Patrese il 16 giugno ed anch’esso avvolto dentro un manifesto programmatico del FUAN. Fachini confermò di aver ricevuto quest’informazione da Giuseppe Brancato il quale, a sua volta, l’aveva avuta da Pezzato.»
Pezzato, a colloquio col giudice istruttore Ruberto, conferma la versione di Fachini: su ordine del commissario Pasquale Juliano, aveva nascosto le armi nella soffitta attigua a quella del consigliere del FUAN il 15 giugno, ovvero il giorno precedente l’arresto di Giancarlo Patrese. Ma nonostante avesse sbagliato posto poiché le aveva nascoste in una soffitta diversa sia da quella a cui si riferisce Fachini, sia a quella menzionata da Alberto Muraro nelle sue dichiarazioni messe a verbale, Pezzato continua ad accusare il commissario Juliano asserendo che, quelle armi, gliele aveva fornite il funzionario di Polizia per incastrare Massimiliano Fachini. E, riguardo la provenienza delle armi, per non cadere in contraddizione una seconda volta, Pezzato racconta che pistola, munizioni e petardi provenivano dal sud Italia e non dalla casa di Renato Nalli, dove effettivamente non era stato trovato nulla di illegale. Due mesi dopo, ad agosto, Pezzato aumenterà il carico di accuse nei confronti del Capo della Squadra Mobile dicendo che Juliano, sempre per cogliere in fallo Fachini, alcuni giorni prima dell’arresto di Patrese gli aveva consegnato le armi che Renato Nalli deteneva legalmente e che la Polizia gli aveva comunque sequestrato in via cautelativa. Secondo la tesi accusatoria di Nicolò Pezzato, il commissario Juliano gli aveva chiesto di nascondere pure queste armi in un luogo di cui Fachini fosse a conoscenza per poi attribuirne, con una perquisizione, il possesso al consigliere del FUAN e trarlo così in arresto.
Oltre alle accuse dei neofascisti, in quell’estate “di fuoco”, a Padova, inizia a circolare un piccolo libretto con la copertina rossa che si intitolava: La giustizia è come il timone: dove lo si gira va. Il titolo di tale libretto riprende una frase del filosofo cinese del V secolo a.C. Lao-Tze e al suo interno, oltre alle idee programmatiche che avevano ispirato gli attentati del biennio 1968/1969 avvenuti nella città di S. Antonio e dintorni, c’era un esplicito attacco alla Procura della Repubblica ed alla Polizia: ecco che il giudice Fais diventa il “dottor Faistakis” mentre il commissario Juliano diventa il “commissario Julianopolis”. Ed entrambi, anziché orientarsi verso gli ambienti di sinistra che erano i veri autori di tutti quegli attentati, si ostinavano a prendersela contro i poveri neofascisti del tutto estranei a quei fatti.
In realtà – lo scopriremo più avanti nel corso della nostra storia – il libretto rosso verrà pubblicato da Franco Freda e dal suo sodale Giovanni Ventura, due personaggi il cui ruolo si rivelerà di fondamentale importanza nella strage di piazza Fontana.
Ma torniamo al commissario Juliano che avevamo lasciato in licenza forzata: il 24 luglio, con sopra apposta la firma del ministro dell’Interno Francesco Restivo, alla Questura di Padova giunge l’ordinanza che sospende Pasquale Juliano sia dall’incarico che dallo stipendio. Il funzionario di Polizia, valutando attentamente l’atmosfera che si sta delineando intorno a lui e per timore possa accadere qualcosa di brutto a sua moglie ed ai suoi figli, decide di lasciare Padova e di riparare a Ruvo di Puglia, il paesino in provincia di Bari dove risiedono i suoceri.
Per ora la storia del commissario Juliano termina qui: lo ritroveremo più avanti perché, come vedremo, l’onesto funzionario di Polizia avrà ancora a che fare con la storia della strage di piazza Fontana.